Allucinogeno da pianta africana annulla i sintomi di astinenza nei tossicodipendenti

Potrebbe quasi sembrare una contraddizione in termini e non esistono a tal riguardo evidenze pubblicate sulla letteratura scientifica; tuttavia un apparentemente stravagante gruppo di scienziati e l’impegno di un ex eroinomane ne rivendicano quantomeno il diritto ad una sperimentazione clinica nonché una diversa considerazione dal parte del cosiddetto “medical mainstream”, ossia la medicina ufficiale.

Tutto iniziò nel 1962, anno in cui l’allora tossicodipendente  Howard Lotsof, forse un po’ annoiato dal semplice effetto dell’eroina  decise di assumere par via delle sue note proprietà allucinogene un po’ di ibogaina, sostanza estratta dalla radice dell’Iboga, pianta africana utilizzata da secoli dalle tribù di religione Bwiti del Gabon e del Camerun durante le cerimonie di iniziazione.

Una volta terminato l’effetto allucinogeno il sig. Lotsof ha notato con suo sommo stupore la totale assenza dei comuni sintomi di astinenza che si traducevano in un compulsivo ed incoercibile bisogno da parte sua di assumere eroina. Da quel momento ne ha fatto una ragione di vita, promuovendone in tutto il mondo l’utilizzo come coadiuvante nella disintossicazione dalle tossicodipendenze.

A partire dagli anni ’80 ha aperto varie cliniche in cui veniva somministrato il principio attivo inizialmente in Olanda, successivamente in Canada, Messico e Sud Africa. Nel frattempo alcuni scienziati avevano iniziato a testare l’ibogaina sui ratti con risultati incoraggianti.

Intorno agli anni 90’ Lotsof iniziò a collaborare con Deborah Mash, un neuroscieziato dell’università di Miami, specialista in ambito di tossicodipendenze, e nel 1995 i due ottennero dalla FDA l’autorizzazione alla sperimentazione clinica che, tuttavia, non è mai iniziata in quanto le richieste di fondi pubblici avanzate dalla Dr Mash non sono mai state accolte, e l’industria farmaceutica non trovava conveniente investire in un principio estratto da una pianta, quindi non brevettabile.

La ricercatrice Californiana non si è data per vinta e nel ’96 ha aperto un centro privato di ricerca clinica nell’isola caraibica ST Kitts, dove ha raccolto dati relativi alla disintossicazione di 300 persone. Un’attività simile viene svolta in Sud Africa dal Dr Anwar Jeewa, presso il Minds Alive Rehab Centre, dove tramite una singola assunzione di ibogaina seguita da un percorso psico-terapeutico di qualche settimana, sono stati guariti oltre 1000 tossicodipendenti.

Uno di questi, Thillen Naidoo, sudafricano con alle spalle una dipendenza da crack e cocaina riferisce in un’intervista alla BBC che per qualche ora ha visto stormi di pesci volare sulla sua testa, per circa una settimana ha vissuto in uno stato confusionale, ma successivamente si è accorto che nella sua vita era avvenuto un radicale cambiamento sotto un duplice punto di vista: in primis non era più dipendente dalla cocaina, inoltre, addirittura era sparita in lui una serie di drammi e complessi interiori che lo tormentavano dall’adolescenza.

Per quanto ne sa la scienza ufficiale l’ibogaina agisce bloccando un sottotipo di recettori per il glutammato, non consentendo al neurotrasmettitore di esercitare la propria azione responsabile della sindrome da astinenza. Un secondo effetto molto meno conosciuto della sostanza sarebbe ascrivibile alla sua presunta capacità di inspirare uno stato simil-onirico in cui il paziente rivive ed attenua situazioni del passato che lo avevano spinto a cercare conforto nell’alcol e nelle droghe.

Comunque lo stesso Dr Jeewa mantiene la massima cautela sull’argomento, ricordando che la sostanza resta pur sempre un allucinogeno e presenta alcuni effetti collaterali che la rendono del tutto controindicata in compresenza di alcune patologie.

Il medico ricorda inoltre che è indispensabile associare alla somministrazione del farmaco, eseguibile elusivamente da personale qualificato in strutture idonee, un successivo percorso psicoterapeutico  che aiuti la persona a modificare i propri stili di vita.

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